mostra d'arte contemporanea la città che sale a Bergamo Alta
 
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GIANNI CANOVA: CINEMA E CITTA'

Gianni Canova

Cinema e città

Fra cinema e città esiste, da sempre, un rapporto di implicazione fondativa.
Il cinema nasce - non a caso - con un movimento di penetrazione nello spazio urbano: L'arrivèe du train à la gare (1895) dei fratelli Lumière individua fin da subito nella città l'approdo quasi inevitabile del cinema che sta nascendo. Forse non poteva che essere così: il cinema nasce entrando in città perché - come ha mostrato Walter Benjamin - quell'esperienza dello shock che caratterizza l'abitante della metropoli borghese tardo-ottocentesca anticipa e per certi versi presuppone quel medesimo effetto-shock - o quella percezione frammentata e discontinua - che è caratteristica del cinema. Detto in altri termini: la vita metropolitana assomiglia allo scorrere della pellicola, il flusso ininterrotto di stimoli sensoriali che  colpisce  l'abitante della città  moderna  rimanda

alla condizione fruitiva che vive lo spettatore nel buio della sala, spinto a confrontarsi con quelle categorie del transitorio, del fuggevole e del contingente che sono fondative nell'esperienza sensoriale dell'uomo di città. Non solo: la città offre al cinema un territorio privilegiato in cui sperimentare, collaudare e verificare i propri modi di rappresentazione del visibile, soprattutto in relazione a certe peculiarità del linguaggio cinematografico come il ritmo, la tensione verso la sinfonia visiva, la fluidità di spazio e tempo, la commistione di vero e simbolico, di quotidiano e eccezionale.

Per più di un secolo, da Berlino-Sinfonia di una grande città (1927) di Walter Ruttman a A propos de Nice (1929) di Jean Vigo, da L'uomo con la macchina da presa (1929) di Dziga Vertov a Lisbon Story (1995) di Wim Wenders, il cinema ha filmato le città. Le ha rappresentate e, spesso, le ha svelate a se stesse, e ai loro abitanti. Tanto che oggi, come ha mostrato lo studioso francese Jean Louis Comolli, la nostra esperienza delle città dipende spesso più dalle rappresentazioni che il cinema ne ha dato che dalla nostra conoscenza empirica e diretta dello spazio urbano. Arriviamo per la prima volta in una città straniera e ci sembra di esserci già stati perché possediamo le sue immagini attraverso le visioni che il cinema ci ha regalato, torniamo nella nostra città e ci accorgiamo che assomiglia sempre di più all'immagine che essa dà (e ha dato) di sé sugli schermi del cinema. Il cinema come "cartografo dinamico" della città? Come tour operator dell'urbano? Senz'altro. Ma anche come "architetto dell'immaginario", o come "urbanista del possibile"? Perché ci sono due approcci diversi che il cinema ha elaborato nel corso della sua storia nei confronti della città: da un lato la riscrittura delle città reali, dall'altro la progettazione e la creazione di vere e proprie città di fondazione, che non esistono se non nello spazio virtuale del set e dello schermo cinematografico.

Si pensi ad esempio, nel primo caso, alla rappresentazione che il cinema ha dato di New York. La si può percorrere con il respiro affannoso con cui Dustin Hoffman fa jogging a Central Park nella scena iniziale di Il maratoneta (1976) di John Schlesinger, vi si può girovagare con lo sguardo ironico e scanzonato dei protagonisti di Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards o ci si può inerpicare per le scale a spirale del Guggenheim Museum con la stessa rapidità con cui lo fanno due personaggi di M.I.B.-Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld: Città complessa, policentrica nella sua vocazione culturale prima ancora che nella sua mappa urbana, la New York del cinema ha trovato un cantore per ognuno dei suoi quartieri, se non addirittura un poeta per ciascuna delle sue strade. Manhattan, per esempio, è prima di tutto quella di Woody Allen, con lo skyline dei grattacieli sullo sfondo, Times Square pulsante ad ogni ora del giorno, le insegne al neon colorate e le lunghe camminate-chiacchierate dei personaggi lungo le strade della Grande Mela. Brooklyn invece è quella di Spike Lee (Fa' la cosa giusta, 1989), Little Italy è quella di Martin Scorsese (Mean Streets, 1972; Quei bravi ragazzi, 1990), il Bronx rivive duro e violento nella rievocazione di Robert De Niro (Bronx, 1993), mentre Chinatown ha i sapori e gli odori messi in scena da Michael Cimino in L'anno del dragone (1985). Per non parlare dei grattacieli: da King Kong (1933) a 1997: Fuga da New York (1981), nessun altro linguaggio ha saputo celebrare, come ha fatto il cinema, la verticalità assoluta della Grande Mela, facendone una città-isola perennemente tesa a declinare lungo l'asse ascensionale quel mito della frontiera che i vecchi pionieri inseguivano sul piano orizzontale nella rincorsa alla conquista dei territori pianeggianti del vecchio West.

Ma il cinema, si diceva, ha anche creato le sue città. Le ha create dal nulla. Le ha sognate e le ha rese visibili e reali. Già negli anni Venti Fritz Lang dava vita con Metropolis (1926) a un'immaginaria megalopoli del XXI secolo, con gli operai rinchiusi nei sotterranei in condizioni di semischiavitù, e imponenti architetture verticali realizzate combinando modellini a scala ridotta e scenografie a grandezza naturale. In tempi più vicini a noi, Blade Runner (1982) di Ridley Scott trasforma un'ipotetica Los Angeles del 2019 in una megalopoli post-baudelairiana, zuppa di pioggia e gravida di spleen, in un deliberato melting pot di lingue, etnie, razze e culture. Quanto a Batman (1989) di Tim Burton (e dello scenografo Anton Furst), costruisce una città che non esiste (Gotham City) con i detriti, gli scarti e le rovine delle architetture novecentesche più disparate, dall'art nouveau spagnola al costruttivismo russo al monumentalismo da Terzo Reich, in un miscuglio di stili quasi dadaista, mentre Matrix (1999) dei fratelli Wachowski progetta una città del futuro come se fosse presente, e dinamizza le architetture del Novecento con le acrobazie ipercinetiche delle tecnologie digitali. Se Dark City (1997) di Alex Proyas dà vita a una città notturna virtuale, le cui case si trasformano incessantemente, Johnny Mnemonic (1995) di Robert Longo visualizza sullo schermo la nuova realtà urbana dello sprawl (il tessuto uniformemente e pulviscolarmente urbanizzato, senza più separazione fra città e campagna), mentre Il quinto elemento (1997) di Luc Besson agisce sull'asse della verticalità per ipotizzare nuove tipologie di relazione fra spazio pubblico e spazio privato (nelle case del film si entra solo dall'alto, le uniche strade sono "aeree"…). Quale che sia l'approccio, il cinema svela le forme segrete dell'urbano, agisce sui volumi e sulle geometrie delle architetture, ipotizza nuove funzioni e nuove dinamiche relazionali, secondo una vocazione che non è mai solo mimeticamente "riproduttiva", ma è anche, più specificamente, creativa e progettuale.

Gianni Canova

 

 

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